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La mia poetica


Alla pubblicazione di ogni monografia mi trovo di fronte al dilemma della presentazione delle mie opere.
Nella pubblicazione passata decisi di autopresentarmi; questa volta sono lieta che parlino di me tre critici di prestigio, perché con loro, da lunga data, ho un rapporto dialettico aperto e prezioso.

L'autobiografia di dieci anni or sono presagiva la fine di un periodo limbico (devo dire che la natura mi ha trattenuta più a lungo possibile nel suo ventre e mi ha espulsa serotina).
La prima cosa che ho voluto fare è stata essere madre io e ho vissuto questo evento come l'unica opera creativa che potessi fare in quel periodo.

Generalmente non amo fare introspezioni e riflettere su me stessa ed i miei perché.
Per me la vita è un \"odore\", ed io non faccio altro che seguire questo profumo. Lo riconosco ovunque perché sentirlo mi dà un leggero capogiro ed il polso mi batte più velocemente cosicché non posso fare a meno di seguirlo anche se apparentemente mi porta fuori dalle grandi linee del disegno originario.
E' solo guardando a distanza che vedo la coerenza di un tracciato vitale che volge tutto al medesimo fine: tessere che si compongono come in un disegno prestabilito. Allora provo un'emozione religiosa verso questo mistero che, attraverso passi sghembi, lentamente completa quell'opera gotica che è la mia vita.

Guardando il panorama dell'arte e della critica contemporanea ho l'impressione di essere un caso a parte. Certe volte mi diverto a mettermi nei panni di un critico e cerco di immaginare i personaggi che verrebbero chiamati in causa nella filza di citazioni che sembrano così necessarie per rendere apprezzabile una critica o credibile l'opera di un artista.

Perché dipingo così? Questo me lo sono chiesto, anzi, la risposta l'avevo già data anni fa e ancora dieci anni prima quando scrissi:

\"E' tanto il godimento della compenetrazione che deve nascere qualcosa, ogni quadro è figlio mio e della natura e porta i segni di tutti e due\".

Quando lo scrissi ero dentro la palude ed ora ne sono fuori ma è sempre un atto d'amore quello che si stabilisce fra me e ciò che ho intorno, un atto materno e mistico verso tutta la meraviglia del creato. Un incantamento che diventa contemplazione, smemoramento, e si traduce in un impulso a fermare la bellezza, il tempo, la vita. L'unico strumento per tentare questo miracolo è l'arte figurativa. Eppoi, secondo l'oggetto del mio innamoramento, la necessità del \"mezzo\": ed ecco il disegno, il colore, le varie tecniche del colore (tutte), la scultura. In pochi casi ho sentito la necessità di sconfinare nell'astratto e nel concettuale.

Non desidero affermare me stessa, ma ciò che mi sta accanto e mi emoziona in quel momento e solo così posso suonare una musica che ha sempre la nota appropriata per la canzone del cuore.
Qualsiasi forma di distorsione della realtà la sento come violenza ed io non potrei mai fare, consapevolmente, violenza a nessuna cosa che esiste.
Ammiro molto in verità e senza riserve, tutte le espressioni d'arte che si sono accavallate nel tempo: gli ismi, gli aforismi, le peculiarità e le astrazioni, ma io ho necessità di rispettare la bellezza e l'armonia naturale:

\"Voglio parlare con molta educazione, con rispetto ed emozione di qualsiasi cosa, e senza enfasi. I ruoli si scambiano in metamorfosi sottili. Qualsiasi cosa, sono sicura, parlerà del mistero che la unisce a tutto ciò che esiste\".

Questo lo scrissi al Venturoli qualche anno fa e lo scrivo oggi e forse anche domani, chissà, il futuro è un foglio bianco.

Lea Monettl



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